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Commento al Vangelo 21.12.2021

21-12-2021 08:00

Nicola Righele

Commento al Vangelo,

Commento al Vangelo 21.12.2021

Commento al Vangelo 21.12.2021

 

 

 

 

 

 

Penso sia utile leggere questo brano del Vangelo partendo dall’ultima riga, ribaltandolo. Notiamo subito che Maria è definita «beata» (v. 45): Gesù non è ancora nato, ma già è palpabile una certa gioia lungo tutto il racconto lucano. La semplice attesa di Gesù riempie di beatitudine le protagoniste del brano in questione. È una qualità, quella di essere “beati”, che potremmo riscoprire ad ogni Avvento: avvertiamo veramente la presenza di Gesù in noi e tra di noi, o viviamo le festività come se nulla fosse? Se non ci sentiamo più beati per questa presenza, allora quello dell’Avvento è il momento propizio per far rinascere dentro di noi il Cristo, prendendo come esempio Maria. Ella, infatti, non ha concepito Gesù solo biologicamente, ma anche ad un livello più profondo: Elisabetta dice che Maria è beata perché «ha creduto» (v. 45). È bella la concretezza e l’attualità di queste parole: la beatitudine arriva dalla fede, è quindi alla portata di tutti noi, oggi. È la fede che ci rende beati: Maria non è una privilegiata, non ha raggiunto una felicità a noi inaccessibile; l’evangelista ci vuole ricordare che la beatitudine che ha raggiunto Maria è la stessa che possiamo toccare noi, tramite la fede. Siamo beati anche noi quando, come Maria, accogliamo il progetto di Dio su di noi, quando ci fidiamo e affidiamo, quando mettiamo Dio prima del nostro io. Se riusciamo a vivere in questo modo la fede, ecco che diventiamo beati, ecco che finalmente raggiungiamo la felicità.
Risalendo a ritroso il brano di oggi, vediamo qual è l’effetto di questo tipo di fede: la carità. Quando incontriamo “visceralmente” Dio, quando lo facciamo nascere dentro di noi, inevitabilmente si accende la voglia di fare del bene al prossimo. Maria, infatti, «si alzò e andò in fretta» da Elisabetta (v. 39). Avrebbe avuto tutti i motivi per starsene a casa a preparare la nascita di Gesù, ma è più forte la sua voglia di andare a condividere il Signore con gli altri. La fede dovrebbe fare questo in noi: dovrebbe scuoterci, farci alzare per andare in fretta incontro agli altri, senza indugio. È bellissimo questo incontro tra le due donne, che ci mostra come Dio sia presente nelle relazioni umane. Ricordiamocelo in questo tempo di Avvento e di Natale, dove moltissime persone si ritroveranno senza famiglia, senza pranzi, senza amici, senza aiuti. Proviamo a fare un gesto di vicinanza verso chi è solo, povero, abbandonato. Attenzione, però, a non cadere nella solita elemosina, il più delle volte fatta semplicemente per lavarsi la coscienza. “Carità” significa amore, fratellanza, vicinanza: dobbiamo scomodarci, andare incontro all’altro che soffre, metterci al suo servizio! Maria si alza e va a trovare Elisabetta, affrontando anche un viaggio altamente pericoloso per una donna incinta. Non si limita a dire una preghiera a distanza, a mandare qualche soldo o un biglietto di auguri. Maria si alza, viaggia, entra in casa, tesse relazioni. E forse è proprio questo il gesto di carità che oggi potrebbe cambiare il mondo: tessere relazioni. Vere e significative. Riscoprire (e far riscoprire) l’importanza di uno sguardo, di un abbraccio, di parole piene di significato e non di circostanza… Ricordiamoci che stiamo attendendo, insieme a Maria ed Elisabetta, un Dio che si è fatto carne, un Dio che ancora oggi per incarnarsi nel mondo ha bisogno del nostro corpo.

Nicola Righele

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