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Commento al Vangelo 12/09/2021

12-09-2021 10:00

Nicola Righele

Commento al Vangelo,

Commento al Vangelo 12/09/2021

Commento al Vangelo 12/09/2021

 

 

 

 

 

 

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

IS 50,5-9A; GC 2,14-18; MC 8,27-35

 

 

 

 

«Tu sei il Cristo», dice Pietro. Finalmente, dopo ben otto capitoli, siamo arrivato ad una prima confessione dell’identità messianica di Gesù. Ciò che noi lettori sapevamo già dall’inizio del vangelo («Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» Mc 1,1), ora si palesa anche per i personaggi che stanno seguendo Gesù in Galilea. C’è, però, un grosso problema: la confessione di Pietro non è perfetta, perché bisogna fare i conti con cosa significhi “Cristo”. Sì, Gesù è il Cristo, ma che tipo di Cristo? Quello che avrebbe cacciato i romani dalla Palestina, come speravano Giuda Iscariota, Simone lo zelota e, probabilmente, lo stesso Pietro? No, nulla di tutto questo. Gesù, infatti, subito dopo le parole di Pietro, si preoccupa di aggiustare il tiro: «Cominciò ad insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto» (v. 31). Il destino del Messia, del Cristo, è la croce, così come tratteggiata nella prima lettura, nel famosissimo “Carme del Servo Sofferente” di Isaia.
Per comprendere pienamente l’identità di Gesù, quindi, bisogna aspettare la croce. E noi, oggi, dobbiamo fare lo stesso sforzo di Pietro: accettare che Dio aiuta noi uomini dall’alto della croce, nella sua «onnidebolezza» (come dice Bonhoeffer), più che onnipotenza.
È questo uno scatto di fede non superficiale e da non sottovalutare. Tutti, infatti, siamo un po’come Pietro: alla vista della croce, alla vista di un Dio sofferente che tollera la sofferenza, ci mettiamo a rimproverarlo (cf. v. 32). È la reazione naturale: di fronte al male del mondo, alla sofferenza, ai grandi drammi della vita, non facciamo altro che rimproverare Dio per la sua assenza. Classica è la domanda: «Dov’era Dio ad Auschwitz?», addossando di conseguenza (e un po’ diabolicamente) a Lui la colpa del male che l’uomo compie. Facciamo invece risuonare dentro di noi le parole di Gesù, quando iniziamo a pensare queste cose: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi

secondo Dio, ma secondo gli uomini» (v.33). Questa è la grande difficoltà, la sfida religiosa! Accettare di ragionare secondo Dio e non secondo gli uomini, entrare nel suo modo di vedere le cose, valutare il mondo dal suo punto di vista, smetterla di restare ripiegati su noi stessi, accogliere la logica-non-logica di Dio. Siamo noi che dobbiamo adeguarci a lui, non viceversa.

Detto in altre parole, dobbiamo iniziare a capire che «il Messia è Gesù» e non che «Gesù è il Messia»: è Gesù che dice a noi cosa significa essere il Cristo, non siamo noi che dobbiamo dire a Lui come deve comportarsi se vuole essere il Cristo. Ricordiamoci sempre che la sequela spetta a noi, siamo noi che dobbiamo stare dietro a Lui. Questo è il senso del rimprovero rivolto a Pietro:«Va’ dietro a me, sei tu che devi seguire me, non viceversa».

 
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